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Sabato, 29 Agosto 2015 02:00

Solo la crescita può creare equità

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Decine e decine di autorevoli studi non sono stati in grado di identificare un'unica relazione, sempre valida, tra uguaglianza (o equità) e crescita.

Per questa ragione stupisce come invece nel dibattito politico e sindacale di questi tempi, la crescita e l'equità vengano sistematicamente contrapposte, come se dovessimo compiere una scelta, come se la politica debba privilegiare l'una o l'altra. In effetti, sono esistiti certamente -e potranno esistere in futuro- dei momenti nella vita delle nazioni in cui si poteva perseguire solo uno dei due obiettivi, essendo costretti a sacrificare l'altro: ma non certo nell'Italia di oggi.

Nelle condizioni attuali dell'economia italiana non è possibile pensare di ridurre la disuguaglianza (o aumentare il tasso di equità, a seconda dei parametri su cui ci si vuole concentrare) senza attivare politiche finalizzate a superare la lunga stagione del declino italiano, politiche appena abbozzate nei pochi mesi del governo Monti.
In altre parole, chi ha a cuore la riduzione delle disuguaglianze in Italia deve necessariamente porsi la domanda di quali politiche possono essere in grado di consentire alla crescita di ripartire, dopo oltre dieci anni di stagnazione e circa cinque anni -con una breve pausa- di recessione.

Questa conclusione discende dalla semplice osservazione delle dinamiche recenti della disuguaglianza e della redistribuzione. Come spiegato chiaramente dall'indagine della banca d'Italia sui redditi delle famiglie, negli ultimi vent'anni la disuguaglianza in Italia è aumentata, ma non per censo, bensì per età. In altre parole, non sono i poveri a essere sempre più poveri, ma i meno anziani (più giovani di 44 anni), mentre i più anziani (gli over 44) continuano a vedere crescere il loro reddito, sia pur in maniera modesta.
Questo aumento della disuguaglianza intergenerazionale non ha giustificazioni di tipo tecnologico (anzi, la rivoluzione digitale dovrebbe portare i più giovani a guadagnare di più), e va quindi inquadrata nel declino della nostra economia. Esso, almeno fino alla crisi del 2008 quando si è tramutato in aperta recessione, si è manifestato nella drastica diminuzione di opportunità per gli "entranti" nel mondo del lavoro, ossia i meno anziani.

A loro sono offerti solo contratti di lavoro intermittenti a salario ridotto, a loro si offre un sistema economico in cui aprire una nuova impresa -ossia concretizzare una nuova idea- è più difficile rispetto a quanto lo sia nello Zambia o in Tunisia - oltre che naturalmente in tutti i Paesi europei, Turchia inclusa. Il deserto di opportunità economiche e lavorative ha avuto tra le sue conseguenze più evidenti l'espatrio di decine di migliaia dei lavoratori più formati, con un effetto peggiorativo evidente sulla produttività. Ma il dato fondamentale è che l'aumento delle disuguaglianze in Italia è stato una conseguenza diretta delle caratteristiche del declino italiano.
Naturalmente, oltre alle disuguaglianze recenti, vi sono quelle più antiche, di censo, che coincidono largamente con differenze territoriali. Anche qui bisogna guardare non alla teoria astratta, ma alla realtà del Paese.

L'Italia ha un livello di spesa pubblica -al netto degli interessi- superiore a Paesi come la Germania, la Norvegia o la Svizzera, ma un tasso di uguaglianza del reddito -come detto prima, costante negli ultimi vent'anni circa- molto inferiore.
Questo significa una cosa semplice: molti dei soldi pubblici non vengono spesi né per redistribuire a favore dei meno abbienti, né per favorire l'uscita da condizioni di povertà tramite l'educazione o altre iniziative sociali. Le altissime tasse imposte alle imprese e ai lavoratori italiani, necessarie a sostenere questi livelli di spesa, non solo riducono il tenore di vita dei lavoratori dipedenti e strozzano le capacità di sviluppo delle aziende -due fattori che vanno naturalmente assieme- ma nello stesso tempo non riducono la disuguaglianza. È dunque impossibile aumentare l'equità aumentando le tasse e la spesa.

Al contrario, riducendo la spesa -in maniera selettiva, colpendo le inefficienze e le molte sacche di rendita, anzi rafforzando investimenti in ricerca e istruzione- rendendo lo Stato un fattore di sviluppo e non di ostacolo allo sviluppo, riducendo le tasse su chi ogni giorno lavora e produce, in breve, avendo come priorità di politica economica la crescita, si raggiunge anche l'obiettivo di aumentare l'equità.

Per queste due ragioni, recenti e meno recenti, oggi perseguire l'equità in Italia non può che significare perseguire una nuova stagione di crescita.

(ilsole24ore)

Letto 4261 volte Ultima modifica il Venerdì, 28 Agosto 2015 23:09
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